Sono sopravvissuta alla festa di San Patrizio più grande d'Italia

Questo post è parte del nuovo progetto editoriale “Che Gusto C'è ”, realizzato da MUNCHIES e VICE in collaborazione con Jameson Irish Whiskey, per esplorare la cultura della musica di strada e del buon bere.

Abbiamo passato una serata al Jameson Village di Milano tra celebrazioni di matrimoni, tatuaggi finti e tanto whiskey.

Ogni anno, il giorno di San Patrizio, santo patrono dell’Irlanda, viene festeggiato in tutto il mondo con eventi e feste che celebrano la cultura irlandese e alcuni dei suoi simboli. In collaborazione con Jameson, quest'anno siamo stati all'evento omonimo organizzato a Milano, il Jameson Village.

La maggior parte dei santi patroni serve principalmente a tre ragioni: ricordarci che secoli fa esistevano nomi ridicoli, scaturire discussioni su quanto sia diffusa in diverse parti d’Italia la celebrazione dell’onomastico, far nascere dubbi sul giorno in cui cade ufficialmente il proprio onomastico. Alcuni santi, poi, assumono un valore più importante e sono più apprezzati. Succede per esempio con San Patrizio, il santo patrono dell’Irlanda, che cade il 17 marzo.

San Patrizio è stato un vescovo e missionario irlandese, che con il tempo è andato a rappresentare l’identità irlandese stessa. Il 17 marzo è diventata infatti la festa della cultura irlandese, celebrata in molti paesi del mondo ed associata popolarmente ad alcuni dei prodotti di cui l’Irlanda è simbolo: come l’alcol, soprattutto whiskey e birra. In Italia, l’evento più grande per la giornata di San Patrizio è il Jameson Village di Milano, che accoglie ogni anno migliaia di persone.

Arrivata davanti ai cancelli una mezz’ora prima dell’inizio dell’evento, fuori trovo già una ventina di persone in fila. Lo scorso anno, mi dice Enrico, uno degli organizzatori, hanno partecipato 14mila persone. Il fatto che piova a dirotto (da circa 892849 ore, secondo la mia percezione) non sembra scoraggiare lo staff, che quest’anno si aspetta un numero analogo di partecipanti. “Del resto in Irlanda a primavera il tempo è così,” mi dice Enrico mentre dall'ingresso attraversiamo il corridoio all’aperto che conduce all’edificio principale.

Il Jameson Village si svolge nell’ex scalo Farini, il più grande dei sette scali ferroviari milanesi. Mentre mi avvicino, prendono forma i vari furgoncini di street food stazionati all’esterno, preceduti da un'enorme giostra-galeone.

La particolarità dell’evento consiste nel fatto che è stato ricostruito un villaggio irlandese, dotato di istituzioni e attrazioni. Dentro sorgono infatti il comune del villaggio (con tanto di sindaco che celebra matrimoni), un negozio di tatuaggi, un'officina, un’università e il tribunale. Ci sono poi ovviamente il palco centrale e molti bar che servono cocktail. In una seconda stanza, altri bar, un palchetto in cui suonano dei busker e degli stand che vendono street food.

Durante la serata si succederanno sul palco diversi artisti tra cui i Daiana Lou, i Sestomarelli, i The General Brothers e i Dj del Rollover e Tilt. Mentre aspetto che cominci il primo concerto, parlo con uno degli artisti che si esibirà a breve: Elianto mi dice di essere al primo cocktail, alla prima esperienza al Jameson Village, e di essere felice di esibirsi in questo contesto.

Intanto, mentre nella sala principale i Daiana Lou cominciano a suonare e il posto a riempirsi, decido di entrare anche io nel mood della serata e di buttarmi in una delle attività. La prima scelta cade sull’università. In fila nessuno sa di preciso in cosa consista, ma tutti escono con un attestato in mano che fa ben sperare.

Seduta a lezione nella piccola aula scopro che si tratta di un test, che consiste in cinque domande sul whiskey Jameson, la sua storia e il processo con il quale viene distillato. Riesco a totalizzare uno zero su cinque, con tanto di complimenti dal rettore per essere "il primo zero su cinque sulla serata." Lo prendo come segno che devo bere, e mi dirigo a uno degli stand per un Jameson Ginger & Lime.

Quando si sono fatte le 22, mentre sul palco è arrivato il turno dei Sestomarelli, mi accorgo che l’atmosfera attorno a me si è fatta più alcolica e decido che è arrivato il momento di sposarmi. La sposa non può che essere Anna, la fotografa: siamo uscite solo due volte ma sembriamo andare d’accordo. Dopo un breve discorso e i “lo voglio” di routine, il sindaco ci dichiara moglie e moglie.

Comincio a fare qualche domanda tra le persone che sono là attorno, e scopro principalmente due cose. La prima è che non è previsto il divorzio. Due ragazzi dicono di aver provato ma di essersi sentiti rispondere dal sindaco che era troppo impegnato. La seconda è che chiedere alle giovani coppie in fila se hanno intenzione di sposarsi anche nella vita reale non è un buon modo per rompere il ghiaccio. Creo qualche sguardo assassino, qualche risata isterica e almeno una crisi di coppia.

Io e Anna ci prendiamo un hamburger per celebrare il nostro matrimonio, e mentre lo mangiamo ci guardiamo intorno e scambiamo due chiacchiere con chi è seduto accanto a noi: la maggior parte delle persone ha qualcosa di verde, ci sono diversi stranieri e avvistiamo un uomo in kilt, gilet e braccia tatuatissime, quasi tutti hanno provato almeno una delle attività. Su questa nota, capiamo che è arrivato il momento di provare il galeone. Si tratta, come ci racconta il suo proprietario, di un’attrazione mobile che sosta in molti dei luna park d’Italia, e da fuori non è proprio la cosa che è consigliato fare dopo un cocktail e un hamburger.

Nonostante in fila quasi tutti facciano gli spavaldi, una volta sopra non sono l'unica a vivere momenti di panico puro: intorno a me si alzano le grida di chi vuole che il galeone si fermi, di chi si pente dell'ultima bevuta, e di chi non vuole credere di essersi messo in una tale situazione. Comunque, ne usciamo tutti vivi e adrenalinici.

Quando rientro è il turno dell’ultima attività che mi manca, e quindi il momento di farmi un tatuaggio. Mi metto pazientemente in fila tra persone che sono in media al secondo o terzo bicchiere e che in molti casi si chiedono se il tatuaggio sarà vero. Ovviamente no: si tratta di un trasferello (ovvero, per i più scettici, non è permanente e non fa male).

A questo punto la serata sta volgendo al termine. L'ampio spazio è quasi tutto pieno di gente che fa le varie attività o che balla sulla musica dei DJ del Rollover. Dopo qualche domanda a persone le cui risposte cominciano a suonare piuttosto vaghe, mi dirigo all'uscita. Tatuata e sposata.

LA STORIA DELLA NOSTRA PRODUZIONE

Jameson Irish Whiskey

Come puoi immaginare, produrre un Irish whiskey blended che incontra i favori degli appassionati da oltre due secoli non è cosa da poco. Ma non preoccuparti, siamo riusciti a condensare più di 200 anni di coraggio, maestria e gradimento generalizzato dei sapori in un unico breve racconto. Eccoti svelato il segreto che si cela dietro la nostra morbidezza inconfondibile, la nostra lavorazione e i nostri artigiani.